L’IMBARAZZO DI AMARE “THE PUNISHER”

“The Punisher” ti porta in un mondo basico e retrivo, dominato da pulsioni animalesche, in uno scontro di livello civile preistorico, a tifare con convinzione per un troglodita. Un’esperienza forte e inquietante.

Che Frank Castle alias The Punisher sia un killer implacabile, capace di uccidere a mani nude o con qualsiasi arma qualunque tipo e numero di avversari, lo sappiamo dalla seconda stagione di “Daredevil”. Ciò che la serie spin-off a lui dedicata ci ha raccontato, in due stagioni, sono i motivi profondi della sua violenza sanguinaria, la sua etica. Spinte emotive primarie e ideali giustizialisti così estremi da rendere scomodo e problematico il sentirsi dalla sua parte. Tanto più che il conflitto narrato è tutto all’interno di una stessa morale e il contesto in cui viene espresso è assai poco fumettistico.

Jon Berntal nei panni di Frank Castle in “Daredevil 2”

In genere, in un thriller di azione ad alto tasso di violenza, come “The Punisher”, l’ago della bilancia che sposta l’empatia verso l’eroe è la sua identificazione con il “bene” contrapposto in una lotta senza esclusione di colpi al “male”. Per cui risulta naturale fare il tifo per lui. Qui non è così. Il confine tra il buono e il cattivo è molto labile.

Jon Berntal e Ben Barnes in “The Punisher”

Non c’è bipolarismo o contrapposizione ideale tra Frank Castle (Jon Berntal) e il suo nemico numero uno, l’ex compagno delle squadre d’assalto dei Marines e amico fraterno Billy Russo (Ben Barnes). L’immagine non solo simbolica dello specchio rotto ben traduce in termini visivi lo sguardo dell’eroe “positivo” verso quello “negativo”. Sono fondamentalmente uguali, ma in uno si è rotto qualcosa. Che cosa, lo vedremo tra breve.

Certo, il marchio a lettere bianche su fondo rosso con la scritta “Marvel” ci avverte fin dai titoli di testa che stiamo seguendo una storia di supereroi, dunque di personaggi al di sopra della natura e della realtà. Tuttavia, se non fosse che ci troviamo ad assistere a gente che si becca tre o quattro pallottole in pancia, sprangate in testa e una quantità impressionante di colpi feroci in ogni parte del corpo per poi alzarsi e andarsene appena barcollante, potremmo credere di essere in un racconto realistico. Ambienti e situazioni sono riconoscibili. New York è New York, i reduci vengono da guerre vere, i sentimenti in campo ci sono familiari. Il nostro fremere alle terribili gesta di Frank, autentico. È la scuola del compianto Stan Lee, che prevede eroi dalle capacità sovrumane in cui batte un cuore molto umano.

Il cuore di The Punisher, quello che spruzza sangue a ettolitri sul suo volto e il suo corpo martoriati, è un cuore da guerriero totale. Carburante super per una macchina da guerra pronta a esplodere in tutta la sua potenza di fuoco contro chi non è dalla sua. I bastardi traditori, i vermi che hanno venduto gli ideali per quattro sporchi soldi, sono il bersaglio dei suoi colpi. E Billy Russo ne è la quintessenza. Quel maledetto, mentre Frank scopriva i luridi giochi dei suoi superiori in Afghanistan, sfruttava la situazione per scendere a patti con loro e assicurarsi ricche commissioni private al ritorno. Non pago, per vendetta e minaccia ha eseguito l’uccisione di moglie e figli di Frank. Automatica e immediata la trasformazione di questi in The Punisher; fatale, violentissima e spietata la soluzione del conflitto tra i due, ovviamente all’ultima goccia di sangue, dopo un percorso lastricato di carneficine compiute con ogni genere di mezzo.

Steve Lightfoot, che ha creato la serie adattando i fumetti della Marvel, ha speso scene su scene per chiarire ai personaggi di contorno e agli spettatori quanto sia labile eppure profonda la distanza tra eroe e antieroe. Di fronte alla legge entrambi meriterebbero il carcere a vita per i medesimi delitti. Ma “non sono la stessa cosa” ci dicono ripetutamente. Due assassini, d’accordo. Ma uno è puro, l’altro no. Frank è un idealista duramente colpito negli affetti, mentre Billy è un arrivista senza scrupoli capace di ogni nefandezza per il suo tornaconto. The Punisher non ucciderebbe mai un’innocente, l’altro sì.

Vista in questi termini è facile scegliere da che parte stare. Ma c’è un ma. Più volte, durante la serie, si prospetta a Frank la possibilità di mandare in galera non solo Billy, ma tutti i responsabili dello scandalo che gli ha rubato la vita e la famiglia. Un giustiziere come lui ovviamente non accetta. Poliziotti, amici, personaggi a lui vicini tentano di convincerlo. Niente da fare. La vendetta è l’unica risposta che può dare alla sua lacerazione interiore. Una vendetta atroce e bestiale. E tu sei con lui, bava alla bocca, incitandolo più o meno implicitamente alla massima violenza.

Imbarazzante ma vero: The Punisher ti porta in un mondo basico e retrivo, dominato da pulsioni animalesche, in uno scontro di livello civile preistorico, a tifare con convinzione per un troglodita. È un fumetto, va bene; ci si diverte, ok; si sta giocando, d’accordo. Ma accidenti, retrocedere a un livello di civiltà così basso, sia pure solo per qualche ora, non è un’esperienza di cui andare particolarmente fieri. Ci si sente a disagio, con il cuore vendicatore e il cervello tradito. La serie è ben fatta, costruita su una trama avvincente e ricca di scene d’azione ottimamente girate e interpretate. Un grande neo: quell’immagine distorta e inquietante di te stesso che si riflette sullo schermo, troppo simile a quella del traditore nello specchio rotto.

“The Punisher”, prima e seconda stagione, la trovi su Netflix QUI.

Sergio Gamberale

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