UNA DOLCE SINFONIA A COLORI: “LA COMPAGNIA DEL CIGNO”

La serie di RaiUno firmata da Ivan Cotroneo ha sbaragliato la concorrenza e conquistato il cuore degli spettatori grazie a un’idea brillante e ai volti puliti e onesti dei giovani musicisti chiamati a interpretarla.

Quando conquisti e tieni in pugno per sei prime serate circa cinque milioni e mezzo di telespettatori, con uno share tra il 22 e il 24%, stracciando Adriano Celentano, i grandi comici, le partite di calcio e i filmoni come Titanic, vuol dire che sei bravo. Se lo fai senza l’impiego di grandi star e collocando la storia in un mondo tutt’altro che di massa, allora sei un fenomeno. D’accordo, dai teleschermi di RaiUno è tutto più facile, si parte con qualche punto di share di vantaggio; ma il risultato fatto registrare da “La Compagnia del Cigno” (la si può recuperare o rivedere in streaming gratuito su RaiPlay, QUI) ha dello sbalorditivo.

Una scena corale di “La Compagnia del Cigno”

La serie di Ivan Cotroneo si è infatti imposta nel prime time con una storia corale in gran parte nelle mani di attori non professionisti e ambientata in un mondo che meno nazional-popolare non si potrebbe: quello della musica classica. I nomi conosciuti in cartellone, ovvero Alessio Boni e Anna Valle più le partecipazioni di Giovanna Mezzogiorno, Dino Abbrescia e Giorgio Pasotti, non bastano a spiegare l’exploit de “La Compagnia del Cigno” tra il conformista, conservatore, abitudinario, attempato e mediamente poco sofisticato pubblico della prima serata di RaiUno. Quello che lo ha fatto affezionare a questa serie deve essere altro.

Anna Valle e Alessio Boni in “La Compagnia del Cigno”

In sintesi, “La Compagnia del Cigno” è la storia di un gruppo di studenti del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Adolescenti dal volto pulito, ognuno col suo problema di identità nel mondo, tutti riuniti in un’orchestra diretta da un dispotico maestro. Di certo quel Marioni, interpretato da Alessio Boni, non è l’immagine dell’accoglienza per questi ragazzi alle prese con traumi da terremoto, mamme invadenti, handicap, genitori affidatari, amori non corrisposti. Non a caso è soprannominato “Il Bastardo” e nel suo passato c’è la distruzione psicologica di un allievo tecnicamente dotato ma dal carattere fragile. Il bastardo poi deve fare i conti anche con un senso di colpa ben più grave, quello della perdita della figlia avuta con Irene, Anna Valle. Una ferita che la coppia non riesce a far rimarginare, acuendo la natura burbera e dispotica del maestro.

Leonardo Mazzarotto e Chiara Pia Aurora in “La Compagnia del Cigno”

Di fronte a un tale direttore, gli allievi musicisti per andare avanti devono lottare su più fronti e senza altro aiuto che il reciproco, quando i contrasti che fatalmente sorgono tra loro lo consentono. Ed è qui che il pubblico di mamma RaiUno inizia ad aprire idealmente le braccia, accogliendo questi orfani di affetto materno nel suo seno. Ora, aggiungici che i ragazzi hanno i volti smarriti ma autentici di giovani attori non professionisti; che Lorenzo Mazzarotto, Fotinì Peluso, Emanuele Misuraca, Hildegard De Stefano, Chiara Pia Aurora, Ario Nikolaus Sgroi e Francesco Tozzi sanno ben esprimere i loro dubbi e drammi in musica; che la grande metafora dell’orchestra li stringe in un cerchio a tentare di accordarsi in un unica melodia (la vita?); ed ecco che i motivi dell’affetto che questa serie ha suscitato nel grande pubblico appaiono più chiari.

Fotinì Peluso ed Emanuele Misuraca in “La Compagnia del Cigno”

Sono stati bravi, Ivan Cotroneo e Monica Rametta, a scrivere una partitura di note semplici e dissonanti in cerca di un’armonia in cui confluire. Felice la scelta di puntare sulle variazioni di sentimenti dei vari solisti e sugli accordi e disaccordi tra loro, lasciando all’armonia finale il compito di sintetizzare il tutto. Come un amaro teen movie che si fa dolce sinfonia a colori. Assai azzeccata è poi l’idea di aprire di tanto in tanto il racconto con inserti da musical, in cui i protagonisti cantano hit in tono con il loro stato d’animo del momento. Il successo premia questa volta un’idea brillante. Resta da chiedersi se questi che su RaiUno sono stati dei punti di forza, potranno funzionare anche all’estero. Certo, una messa in scena più accurata con fotografia più elegante, dialoghi più incisivi, regia più brillante, avrebbe dato maggior spessore a questa buona serie. La speranza è che nella prevedibile seconda stagione si riesca a farne un prodotto di ancora maggior ambizione e miglior confezione.

Sergio Gamberale

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