“SPETTATORE, NON MI AVRAI!” – Recensione “Bandersnatch”

Nel primo film interattivo lanciato da Netflix, il protagonista si ribella alle scelte dello spettatore.

Adesso che, giocando coi tasti, abbiamo scelto la musica da mandare nelle orecchie di quel ragazzino, la vita o la morte di un personaggio, lo sviluppo truculento o meno della trama. Ora che abbiamo goduto dell’inedita e piacevole sensazione di dialogare con il protagonista della serie che stiamo seguendo. Subito dopo che abbiamo abboccato all’amo dell’interconnessione e siamo stati tirati fuori dalle nostre certezze, di cosa vogliamo parlare? Dell’affascinante tecnologia che ci permette di farlo, di come funzioni il sistema (bene), di quante finestre di opzioni ci vengono offerte (tante)? Oppure dei veri temi di “Bandersnatch”, ovvero tutto ciò che questa rivoluzione porta con sé, la crisi del personaggio in quanto tale, la fine dell’autore onnisciente, il declino del libero arbitrio nella società dell’interconnessione e l’ambigua accezione di libertà in cui vive l’uomo contemporaneo? Proviamo la seconda.

Più che un episodio di “Black Mirror”, più che un film di fantascienza distopica, più che un revival sul mondo dei videogame anni ’80, più che un esperimento di interattività, “Bandersnatch” è una geniale e divertente riflessione sulle conseguenze dell’interazione tra spettatore e opera. E, a leggere tra le righe, anche un pensiero non banale sulla moderna condizione umana. Interessante è la scelta di Charlie Brooker di elevare al cubo il tema centrale. “Bandersnatch” è infatti un film interattivo in cui si racconta della realizzazione di un videogame interattivo basato su un romanzo anch’esso interattivo, in cui cioè il lettore può scegliere lo sviluppo della trama tra diverse opzioni proposte. Ma il tocco di genio sta nel rendere il personaggio principale del film cosciente del fatto di essere controllato dallo spettatore. E di rendere noi parte attiva nel dramma del personaggio. Noi di fronte a lui. Quasi un faccia a faccia. Il protagonista, in bilico tra un impulso e l’altro del nostro capriccio, è Stefan (Fionn Whitehead), un giovanissimo programmatore in cura psicoterapica perché afflitto da un pesante senso di colpa per la morte accidentale della madre e in aperto conflitto con il padre (Craig Parkinson).

Fionn Whitehead nei panni di Stefan in “Bandersnatch”

Tra una seduta psicoanalitica e una sessione di programmazione del suo gioco interattivo, Stefan viene avvertito dall’affermato collega Colin (Will Poulter), di qualcosa di misterioso e tragico accaduto all’autore del libro che sta adattando a gioco. In questa situazione, ed è la svolta più brillante di “Bandersnatch”, il protagonista si accorge di non essere padrone delle sue azioni ma di essere egli stesso una pedina nelle mani di altri. Il che porta proprio lui, l’artefice di un gioco che dà al pubblico il potere di manovrare la trama, in conflitto con lo spettatore che scrive la sua storia. Sembra spoiler, vero? Invece no. Il bello viene dopo e non ve lo raccontiamo. Diciamo però che più si va avanti, più ci si sente, non più in un labirinto, ma in un vicolo cieco. Con diverse possibili svolte, ma in fondo cieco. Ci sono direzioni sbagliate, scelte forzate, limiti che non si possono oltrepassare. In un divertente gioco metatestuale, la drammatica ribellione del personaggio vedrà entrare in scena anche la stessa Netflix, la troupe che sta girando il film e la cosceneggiatrice Annabel Jones.

Così, questo spettacolo che solletica il nostro protagonismo di spettatori e si avvicina al mondo dei videogame, ci dice qualcosa di importante. Puoi avere una parte nell’opera che si sta rappresentando, ma non devi coltivare la speranza di essere veramente libero. Vero è il fatto che l’opera, già “aperta” dai tempi di Umberto Eco, sta ora diventando liquida, sfuggente, ineffabile. Da rappresentazione di un mondo a un mondo di possibili rappresentazioni, in cui il concetto di realtà è sempre più relativizzato, determinato da ogni singolo utente per se stesso. Con l’interattività le scelte non sono più di uno o più autori sulla base di un progetto; ora tocca allo spettatore scegliere e dare una forma a un magma di possibilità narrative, su un non-progetto che si limita a proporre percorsi di trama alternativi. Nelle mani di milioni di spettatori diversi (o dello stesso che riveda il film cambiando percorso), lo stesso personaggio può vivere, se non milioni, almeno centinaia di vite diverse, perdendo identità. È vero che molte delle scelte proposte sono obbligate. I finali sono diversi e differenti sono le vie per arrivarci, ma in un caso o nell’altro, il film è sempre quello. Perché mai come in questo caso l’opera è il suo svolgimento, non il suo inizio, lo sviluppo e la fine.

Chissene frega? Non troppo. Siamo sempre in “Black Mirror”, non dimentichiamolo. Quindi dietro a quello che sembra un discorso sulla creatività, c’è un pensiero apocalittico che riguarda le conseguenze nefaste della tecnologia odierna sulla nostra società. Qualcosa che riguarda da vicino tutti noi, oggi. Nella straniante, folle situazione in cui si trova Stefan, travolto dal labirinto delle opportunità, è infatti possibile scorgere una metafora. Sì, è vero che tanti dispositivi, social, connessioni, consolle, eccetera hanno fatto di noi dei soggetti attivi. Ma è vero anche che il numero delle possibilità che la tecnologia ci offre rende quasi impossibile la scelta, limitando di fatto la nostra libertà e rendendoci alla fine personaggi passivi nelle mani di volontà superiori. Infine: chi ha detto che trovarsi in un mondo interattivo sia bello? È questa visione nera, discutibile, certo non scontata della nostra società, proposta in forma originale, divertente e molto coinvolgente che porta “Bandersnatch” al livello dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni. Sicuramente è uno degli eventi della stagione televisiva.

Guarda lo speciale “dietro le quinte” con interviste ad autori e produttori, clicca QUI.

Per vedere il trailer italiano del film, clicca QUI.

Per vedere “Bandersnatch” su Netflix, clicca QUI.

Sergio Gamberale

2 thoughts on ““SPETTATORE, NON MI AVRAI!” – Recensione “Bandersnatch”

  1. Bellissima e acuta recensione, come sempre Sergio.
    Debbo dire che non essendo abituato a questa “interazione” con le trame di un film o serie che sia, mi ha creato qualche forma d’ansia iniziare a guardarla.
    Tanto che dopo due puntate ho smesso.
    Dal punta di vista socio psicologico e di innovazione, l’esperimento è interessante e di grande attualità.
    Da spettatore o da lettore, preferisco godermi la prospettiva unica dell’artista, del regista o dello scrittore. E’ lui al centro di un opera. E’ come se volessimo dare una “rilettura” della Divina Commedia o prendere in mano il pennello o lo scalpello di Michelangelo.

    1. Grazie Tommaso. Si direbbe che tu sia d’accordo con gli autori, che hanno puntato sugli aspetti “apocalittici” dell’interattività, pur sfruttandola. Il tema è molto grande e riguarda anche la possibilità che l’autore inteso come lo conosciamo oggi, scompaia come individualità per fare spazio a un’entità collettiva. Chiarisco che “Bandersnatch” è un singolo episodio interattivo in una serie che non lo è.

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