LA SELVAGGIA INDIFFERENZA DEGLI INNOCENTI. “Sulla Mia Pelle”, il film sul caso Cucchi, tra denuncia civile e mistero umano

Lo sconforto ti prende prima ancora di iniziare a vedere “Sulla Mia Pelle”, quando leggi che su richiesta di Netflix e Lucky Red (distributori del film in streaming e sala), Facebook ha cancellato le pagine con cui associazioni, circoli universitari e centri sociali annunciavano proiezioni pubbliche del film. Violazione dei diritti, dicono. Sì certo, come se si trattasse, che so, di “Mission Impossible 45” o “Avengers 59”. Ma questa non è fiction, Zuck, sveglia! O lo è solo formalmente. Nella sostanza, questa è la storia drammaticamente vera di ciò che ha portato alla vera morte un vero ragazzo di 30 anni mentre era in vero stato di detenzione, in seguito a un vero pestaggio da parte delle vere forze dell’ordine di un vero paese di diritto. Stefano Cucchi, si chiamava, era un piccolo spacciatore con qualche precedente e “Sulla mia Pelle” è il racconto fedele dei suoi ultimi sette giorni di vita. Una denuncia, non uno spettacolo.

Alessandro Borghi in “Sulla Mia Pelle”

Dunque, cosa vogliono questi qui? Cavillare sui loro pur legittimi diritti mentre propongono all’attenzione dell’opinione pubblica un documento di questo genere? Producono un bel film per far discutere su un caso ancora aperto, una ferita tuttora sanguinante per la nostra società civile (un primo processo si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati e un secondo è ancora da celebrare con tre Carabinieri alla sbarra) e poi cercano di impedire che la gente si riunisca per dibatterne? Come multare per eccesso di velocità l’autista di un’ambulanza che trasporta un ferito in ospedale. Da far cadere le braccia. O far pensar male, considerando che il dibattito, se impedito dal vivo, si svilupperà proprio nella piazza virtuale e lucrativa di FB. E da discutere certamente c’è molto, intorno a “Sulla Mia Pelle”.

Alessandro Borghi nei panni di Stefano Cucchi

Il film è di quelli asciutti e tosti. Una cronaca inappuntabile, inesorabilmente nera, snocciolata con sguardo duro per inquadrature fredde. Alessandro Borghi, che ha perso venti chili pur di apparire credibile nei panni dello scarno Cucchi, ci attira fin nel cuore impalpabile di un vero mistero. Biascica, tentenna, nega, si lascia cadere, lotta, si arrende, urla, soffre, si ribella; eppure rimane impenetrabile. Il suo primo piano sofferto e dolente diventa, nel film di Alessio Cremonini, il simbolo di una vicenda che assume i connotati di un arcano psicologico e umano, prima (e forse più) che giudiziario. Quello che accade a Stefano Cucchi è fin troppo chiaro. Tutto da sondare è invece il perché. Ma non sono tanto le ragioni del suo pestaggio ad allungare pesanti ombre sulla vicenda. Quelle possiamo intuirle, per quanto inconcepibili e atroci quei due o tre cattivi Carabinieri possano essere. Ciò che inquieta di più sono gli incomprensibili motivi per cui i molti innocenti, che lo hanno visto tumefatto spegnersi durante lunghi giorni in caserme, carceri, ospedali, hanno voltato lo sguardo e taciuto. Perché?

Jasmine Trinca nel ruolo di Ilaria Cucchi

È la domanda che in fondo da nove anni Ilaria Cucchi, la sorella della vittima interpretata da Jasmine Trinca, ripete nella sua coraggiosa battaglia per la verità. Una questione che il film, ben scritto dal regista insieme a Lisa Nur Sultan, ha il merito di lasciare aperta. La leggi nello spaesamento dei genitori di Stefano, interpretati con apprezzabile misura da Max Tortora e Milvia Marigliano. Te la buttano in faccia tutti i carabinieri omertosi, i poliziotti solerti, gli avvocati assenti, i giudici menefreghisti, gli infermieri “umani”, i medici professionali, i carcerati cinici che vedi sfilare con la loro selvaggia indifferenza davanti agli occhi lividi del povero Cucchi. Perché non hanno detto o fatto niente? Perché hanno svenduto una vita umana al misero prezzo dello scarico dalle proprie responsabilità? Nella cronaca, il caso del Carabiniere Casamassima, che dopo aver mandato a processo i suoi colleghi del pestaggio di Cucchi ha denunciato di aver ricevuto minacce e ritorsioni professionali, una piccola risposta ce la offre. Ma non basta a svelare ogni mistero. E il film, con la sua cruda sequenza, ci costringe ad andare più a fondo, fin nelle tenebre dell’animo umano.

Sergio Gamberale

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