QUELLO CHE “GAME OF THRONES” DICE DI NOI

Al di là delle beghe su com’è andata a finire l’ultima stagione; oltre ogni futile considerazione sulla sua logica epico-fantasy e l’ovvia eccitazione per la sua confermata estetica kolossal; alla fine di “Game of Thrones 7”, cerchiamo di andare più in profondità e vediamo di capire perché diavolo questa serie riscuota un favore senza precedenti.

In altre parole la domanda è: tra Re e Regine, Estranei e non-morti, scontri sanguinosi e bollenti unioni sessuali, cosa rappresenta veramente la serie e cosa ci dice, di noi, il suo enorme successo?
Il mondo in cui “Game of Thrones” ci porta è il regno delle pulsioni più selvagge e incontrollate. Lì dove il desiderio di autoaffermazione, l’istinto sessuale e la negazione dell’altro diventano sete di potere, orgia pornografica e sadica violenza.

Le vicende narrate sono in fondo una spettacolare messa in scena di desideri inconfessabili. Istinti castrati che però, Freud alla mano, giacciono pur sempre nelle nostre viscere, ben nascosti dietro un telo di cultura, educazione, perbenismo. “Game of thrones” alza dunque quel velo come un sipario e illumina la parte più oscura, rappresentandola in forma di visione. L’effetto è liberatorio. Ed è questo il motivo per cui questa serie ha scatenato, scatena e continuerà a scatenare passioni incontrollate, al limite del morboso.

Surreale ma anche, forse inconsapevolmente, surrealista, “Game of Thrones” mette dunque direttamente in scena l’inconscio bruto. Il resto è fumo. La trama non è che l’inganno con cui la mente traveste gli istinti più sporchi. Perché alla fine siamo anche questo, sì. Siamo anche cattivi, lì dentro. Amiamo nasconderlo ma ci eccitiamo quando qualcosa, sullo schermo, illumina il torbido. Il nostro ego sa essere esageratamente spregiudicato, sì. Coltiviamo desideri sessuali inconfessabili, certo. E possiamo godere di fronte alla sofferenza e alla morte altrui. Anche e soprattutto dei “buoni”. Lo eravamo prima e lo saremo anche dopo che “Game of Thrones” avrà finito di farne spettacolo.

Sergio Gamberale

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