DOWNTON IN CHIAVE DI VIOLINO

Bisogna avere orecchio, per entusiasmarsi a “Downton Abbey”. Sensibilità musicale. Non perché il period drama ideato da Julian Fellowes sia avaro di soddisfazioni visive. Al contrario. Scene luci e costumi sono uno sballo per gli occhi. Ma le vicende che si intrecciano in questa immaginaria dimora dello Yorkshire in epoca giorgiana, compongono una vera e propria partitura. Un melodramma, per essere precisi.

Le beghe ereditarie, gli amori incerti o contrastati, gli scandali e gli intrighi stanno a “Downton Abbey” come i moti rivoluzionari e le passioni sentimentali alla “Tosca”. Parole su un libretto. Puri pretesti per scatenare o accompagnare la melodia. Il paragone non è a caso. “Downton Abbey” somiglia in qualche modo a un melodramma pucciniano. Solo, con filtro tutto inglese a smorzare il vento delle passioni. Dunque, niente arie né acuti o lacrime in sol settima. Eleganza, stile e fedeltà al tema principale, piuttosto.

Elizabeth McGovern e Hugh Bonneville
In questo quadro, tocca agli attori dar corpo alle note e gli orchestrali (tantissimi) fanno tutti una gran figura. Non un attore o caratterista che sbagli un tempo o un tono. Tutti affiatati e sullo stesso alto livello. Tutti tranne una, almeno due spanne sopra gli altri. Perché è chiaro che il primo violino è saldamente nelle mani di Maggie Smith (Contessa madre di Grantham). Ed è uno Stradivari.

Maggie Smith
Entra in scena ed è subito magia. Ogni sua occhiata o espressione sulla battuta è una vibrazione che resta impressa sulla melodia. Senza di lei, i vari Hugh Bonneville (Robert Crawley, conte di Grantham), Elizabeth McGovern (Cora Crawley) e compagnia bella, si troverebbero a strimpellare un’anonima sinfonietta senz’anima.
No, senza Maggie Smith, “Downton” non sarebbe “Downton”.

Sergio Gamberale

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