Jon Hamm as Don Draper - Mad Men _ Season 7B, Portraits - Photo Credit: Frank Ockenfels 3/AMC

“MAD MEN”: IL FANTASMA DELLA FELICITÀ

Stracarica di Emmy Awards, Golden Globes e altri premi, “Mad Men” di Matthew Weiner (7 stagioni tra il 2007 e il 2015 ed oggi tra i cult di Netflix) è una serie tv fondamentale. Ambientata nei mitici anni ’60, racconta avventure professionali e amorose di un gruppo di pubblicitari di un’agenzia di Madison Avenue (da cui il titolo). Protagonista è una figura dai contorni quasi epici.

Don Draper, interpretato da Jon Hamm, è un James Bond senza armi intrappolato in una commedia sofisticata alla Billy Wilder. E “Mad Men” è innanzitutto la parabola oscillante della sua inesorabile caduta. Sì perché non c’è niente da fare: Il fascino da maschio alfa e l’istinto animalesco con cui riesce a interpretare i gusti della massa non bastano a questo misterioso e geniale pubblicitario per ribaltare un destino segnato da abuso di alcol, tabacco, bugie e femmine calde. Possono solo addolcire lo schianto di un servo del dio desiderio incapace di concepire la felicità. Il crollo è inelluttabile ed è evocato già dalla sigla di testa. Come in un romanzo di Philip Roth, l’eroe perde la sua identità e si sgretola davanti ai nostri occhi denudando il misero uomo nascosto sotto le sue leggendarie gesta.

Ma “Mad Men” non è solo Draper, per quanto simbolico il personaggio possa essere. Con tutti i coprotagonisti e le figure di contorno incastonate attorno al tema principale è anche, e questo è il meglio, il racconto della fine di un’epoca con il collasso dei suoi valori. Nel quadro generale, attraverso le vicende di questi folli, avidi, sognatori pubblicitari nella New York degli anni ’60, la serie di Matthew Weiner ci racconta in una lunga dissolvenza lo sgretolarsi di una società materialista, maschilista, wasp e puritana, nel suo opposto complementare. Un morbido switch tra Yang e Yin, direbbe il Tao. Conseguenza di una vita dissoluta e cinica, argomenterebbe il moralista, notando che lì, in quei lussuosi uffici teatro di qualsiasi arrivismo, la felicità è un fantasma in cui nessuno crede e tutti cercano di soddisfare i propri desideri senza ricavarne l’ombra di una soddisfazione.

Si parte dal massimo splendore dell’America delle opportunità per tutti, dei self made men con mogli che fanno torte deliziose, delle famiglie felici in case con giardino e tutti gli elettrodomestici. Si procede scartavetrando ipocrisie e finzioni, sputtanando la morale, demolendo i miti. E si sentono cadere, insieme ai corpi di Kennedy e King, le illusioni di un mondo in cui tutto sembra a portata di mano, anche la Luna. E così di crisi in crisi, tra campagne pubblicitarie e storie di sesso, fino all’ultima scena dell’ultima stagione (la più zoppicante di tutte), che annuncia un nuovo mondo.

A prima vista si rimane stupefatti di fronte alla perfezione maniacale della ricostruzione d’epoca. Scenografie, costumi, hair styling e make up sono letteralmente perfetti e ci portano dritti dritti accanto ai protagonisti, nei tempi in cui si svolge l’azione. Lo script è altrettanto curato e rende la visione divertente e fluida. Ma se i personaggi assumono uno spessore insolito per le serie tv e gli attori finiscono per fare un figurone (John Slattery, Christina Hendricks, Vincent Kartheiser e January Jones su tutti), è perché dietro la scrivania degli autori qualcuno ha avuto la brillante idea di prendere in prestito le ottiche di Michelangelo Antonioni e puntare lo sguardo sui rapporti intimi, scandagliare il privato, filmare con sincerità le scene a due. Lo spirito de “L’Avventura”, “La Notte”, “L’Eclisse” e “Zabriskie Point” svolazza gaiamente per tutto “Mad Men”. Per non parlare di “Professione: Reporter”.

Un uomo, una donna, e quell’invisibile ma presente qualcosa tra loro. Un impalpabile fremito, un silenzio che è anche l’unica risposta possibile alla domanda che aleggia implicita dall’inizio alla fine di “Mad Men”: è questa la felicità?

Sergio Gamberale

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